Noi saremo sempre qua.
Contro questo Governo, Guerra e Repressione. Per la difesa degli Spazi Sociali.
C’è chi ama il proprio territorio e sceglie di rimanere e di difenderlo. Difenderlo significa riconoscere che oggi è sotto attacco: da chi governa per conto dei poteri economici, da chi devasta l’ambiente, da chi sfrutta il lavoro fino a renderlo una condanna, da chi sgombera gli spazi sociali perché teme ogni forma di autonomia e partecipazione reale. Questo sistema pretende cittadini obbedienti, non comunità vive e pensanti.
Ma una parte del Paese ha deciso di non chinare la testa. Da mesi decine di migliaia di persone scendono in piazza per difendere ciò che appartiene a tutte e tutti: spazi di discussione, socialità libera, diritti conquistati con fatica. Perché nessun diritto è mai stato regalato; ogni conquista è nata da chi era escluso, sfruttato, marginalizzato e ha scelto di lottare invece di rassegnarsi.
Torino lo ha mostrato con chiarezza. Dopo lo sgombero di Askatasuna, il territorio è stato trasformato in una zona militarizzata: controlli, fermi preventivi, fogli di via, una narrazione costruita per criminalizzare chiunque volesse manifestare. Eppure migliaia di persone hanno attraversato la città, determinate a raggiungere il luogo simbolo della loro rivendicazione.
Le cariche, i lacrimogeni e la repressione non hanno fatto arretrare la volontà collettiva di difendere ciò che si ama.
Le strade di Torino sono diventate piazze di cura reciproca, di solidarietà concreta, di presenza politica. La prova che esiste ancora un popolo che non accetta di essere ridotto al silenzio, che non si lascia intimidire da chi governa dividendo e comandando, che non si accontenta del ruolo di spettatore passivo davanti a un notiziario.
E invece ci chiamano “nemici dello stato”, perché forse siamo nemici del silenzio in cui ci vogliono rinchiudere, siamo nemici della violenza a cui ci sottopongono tutti i giorni tramite un manganello o un padrone che ci sfrutta.
A chi si lamenta senza muovere un dito, a chi sbuffa dal divano mentre gode dei diritti conquistati da altri, noi vorremmo ricordare che la storia non la fanno gli obbedienti. La fanno quelli che percepiscono l’ingiustizia, cercano il proprio posto e lo difendono. La fanno quelli che non si arrendono alla normalizzazione della paura, alla cancellazione degli spazi di libertà, alla trasformazione del dissenso in reato.
Perché solo il popolo difende il popolo.
E chi rimane, chi si prende cura del proprio territorio, chi non accetta di essere addomesticato, sta già costruendo la risposta ai tempi bui che avanzano.
Collettivo 20092 – Sabato 31 gennaio 2026, Torino
Diario di chi era in piazza e ha vissuto gli eventi in prima persona, restituendone una lettura autonoma e reale.
C’è sempre, in Italia, quello che si lamenta e che fugge.
Solo a dirlo possiamo immaginarlo: la lamentela sempre in bocca, che ci sbuffa e ci ingrassa ma che poi di fatto torna sul suo divano, fermo, ad ingurgitare, senza spirito critico, tutto ciò che passa al notiziario.
E poi c’è chi ama il proprio territorio.
E rimane.
Amare qualcosa vuol dire essercene affezionati, e difenderlo da chi lo minaccia.
Il paese in cui viviamo oggi ci vuole impettiti, e chi non risponde al profilo perfetto, che si piega alla volontà del più forte, viene pian piano sgretolato, scalfito, maltrattato, e poi distrutto.
Torino è stata la conferma che invece c’è gente che ancora lotta per quello che ama.
Che lotta per gli spazi di discussione,
Che lotta per gli spazi in cui ci si crea una coscienza politica,
Che lotta per la socialità sana e gratuita.
Che lotta perchè non risponde, e neanche vuole, all’ideale di cittadino a cuccia che la Meloni ha in serbo per noi.
E sinceramente è stato un respiro di sollievo.
All’italiano che si lamenta e sbuffa vorrei ricordare che nessun diritto è arrivato dal cielo o per il volere di chi ha il potere. A chi ha il potere, piace chi esegue gli ordini, non chi li mette in discussione.
All’italiano che si lamenta, vorrei dire che solo chi percepisce il malessere di non trovare il suo posto, lo cerca e se lo trova lo difende.
All’ italiano che si lamenta, vorrei dire che ha veramente rotto il cazzo, perchè chi è stufo si sbatte e le cose se le va a prendere.
E le difende.
Nessun diritto è arrivato da chi fa suo il motto divide et impera, ma ognuno di quei diritti guadagnati nel corso della nostra storia sono stati richiesti e difesi da chi era escluso, maltrattato, sfruttato.
E deo gratias che ci sono le persone che hanno avuto il coraggio di non stare sul divano, e che hanno difeso i propri compagni e le proprie compagne, i propri ideali e i propri bisogni.
Ed hanno creato i diritti di cui ora godi te, comodamente, dal tuo divano mentre ingurgiti le stronzate di cui il governo si riempie la bocca.
Menomale che c’è chi ancora la democrazia la difende, col necessario, con le unghie, con i denti e con tutta l’anima, perché stiamo entrando in tempi bui.
Sa, lei, arriverà la rivoluzione del popolo, perché solo il popolo salva il popolo, e forse smetterà di lamentarsi.
Nessun infiltrato, sabato a Torino c’eravamo anche noi.
Sabato eravamo a Torino. Quando Aska è stato sgomberato a dicembre, avevamo già deciso che saremmo andati.
Partenza la mattina presto, perché sono annunciati blocchi all’ingresso e sappiamo che parecchi vengono fermati ore prima del corteo.
Ma per fortuna non siamo in uno stato di polizia, mica possono impedirci di manifestare?
Arriviamo a Torino e iniziano a girare voci di compagn* fermat* per strada, a piedi, nelle stazioni, fuori dai bar. Qualcun*, incensurato, riceve un foglio di via. Per M. è uno dei primi cortei e ci chiede cosa sia un foglio di via: “Ma possono farlo”?
Evidentemente si, perché qualche ora più tardi la conferma ci arriva direttamente dalla questura, 1000 cittadini controllati e diversi allontanamenti.
Una massa di 50 mila persone inizia a muoversi partendo dai 3 concentramenti, un corteo enorme e anche arrabbiato.
Si arrabbiato cazzo, possiamo essere incazzati contro un governo che ha fatto della repressione del dissenso la sua bandiera?
Spazi sociali sotto sgombero, un genocidio che va avanti sotto gli occhi di tutti, grandi opere e grandi eventi che devastano i territori che propongono un unico modello: profitto e sfruttamento. Lo stesso sfruttamento che ci colpisce tutti i giorni nei luoghi di lavoro dove abbassi la testa e accetti pure un contratto precario perché alla fine del mese bisogna arrivarci.
Possiamo essere incazzati?
Ebbene lo siamo.
Lo siamo anche perché la risposta del governo ormai non lascia più nessuno spazio: non c’è più nessun patto sociale, neanche minimo.
Ci stanno dicendo che i poveri e i diversi gli fanno schifo, e se provano ad alzare la testa li reprimiamo, con le leggi (se va bene) o con i lacrimogeni (quando le leggi non bastano).
Eh sì perché sabato pomeriggio il corteo ha subito un lancio di lacrimogeni fitto e costante anche ad altezza uomo, cariche violentissime che lo hanno spezzato in due, veri e propri pestaggi da parte della polizia.
E quando si alza la nebbia e per terra rimangono i resti ci si guarda in faccia e ci si chiede sempre “ma possono farlo?”
No, ma lo fanno.
E se possono agitare la “legalità” e il “diritto” come un’arma quando gli fa comodo allora noi rivendichiamo il diritto di difenderci, di riprenderci gli spazi e le strade.
Il 31 gennaio, a Torino, è stata ancora conferma che se una città, una realtà chiama, le altre città rispondono.
Convergono sotto un’unica “bandiera”, quella della dignità, della difesa dei valori e dei diritti sociali, della lotta e della resistenza agli attacchi, quotidiani, subdoli e pervasivi che da più fronti e più livelli si infiltrano nelle nostre quotidianità, nei quartieri e nei Territori.
Nei quali spesso partono tentativi di silenziare, mascherare, sottrarre spazi pubblici e sociali, sopire coscienze, emarginare, frammentare, diffondere paure e tensione.
Dai cortei per la Palestina è in atto un risveglio dal basso.
Non lasciamolo sopire e come ogni fiera primavera facciamola rifiorire!






